Ripartiamo dal cuore: un linguista e le Pixel Buds

Ripartiamo dal cuore: un linguista e le Pixel Buds

Caro lettore,
non conosci o meglio pensi di conoscere chi ti sta parlando. Caro lettore, mi alzo la notte sudato e in preda ad attacchi di ansia. Caro lettore voglio parlare con te di me e di tutta la mia generazione. Probabilmente arriverai a metà di questa lettera aperta e chiuderai questa pagina internet. Non ti pregherò di non farlo, sei libero come lo sei stato al momento di cliccare il link a questa pagina, tuttavia darai ancora una volta prova del fatto che non siamo più in grado di comunicare. Caro lettore, fratello, padre, madre, amico, collega, nemico, conoscente, il motivo per cui vorrei parlarti è relazionato al fatto che non capisco perché le nostre emozioni siano diventate così plastiche e sintetiche.

Studio lingue, a volte continuo a credere che prima o poi qualcuno mi chiederà come declinare gli aggettivi in tedesco. A volte credo persino di poter ergermi a mediatore tra due culture.  Sai qual è la cosa divertente di tutto ciò? Subito dopo aver visto un minimo di luce torno a farmi male andando a vedere a che punto è arrivato il Google Translate… Tranquillo caro lettore, sto arrivando al punto della questione, ma ammettilo se sei arrivato a questo punto hai iniziato ad avvertire una nota di malinconia. Bene ma non benissimo! Ho usato deliberatamente un frase tipica di internet perché ormai il linguaggio del web sembra man mano sostituire quello della vita di tutti i giorni.

Il bene ma non benissimo fa parte di quella che è la prossima fase del processo evolutivo dell’essere umano, da homo sapiens a homo meme. Il termine meme, per chi non lo sapesse, è una minima unità culturale. Si riferisce ad un singolo atto culturale degli uomini che, a causa della diffusione dell’internet, diventa un vero e proprio tormentone. Caro lettore, il punto della mia questione non è il seguente: Non dobbiamo usare la tecnologia. Per Dio, no! La tecnologia è fondamentale per l’essere umano, permette di ridurre le distanze permettendoci di contattare anche quell’amico conosciuto nell’estate del 2005 che vive in Australia, è una fonte infinita di informazioni e di opportunità (si dice anche lavorative). Quello che voglio mettere in dubbio delle tecnologie è il fatto che ha plasmato le nostre sensazioni e la nostra percezione di realtà, confondendo le nostre emozioni.

Caro lettore, non prendiamoci in giro, gran parte delle tue scoperte giornaliere, delle tue emozioni nascono da quello schermo che tieni saldamente tra le tue mani.

Esci con gli amici e continui a parlare come se ti trovassi su una chat, come se fossi diventato uno dei vari link che hai visualizzato, condiviso, a cui hai messo mi piace. Hai iniziato persino a seguire Netflix, nonostante cinque anni fa girovagavi su eMule per trovare l’ultima puntata di Game Of Thrones, oppure eri alle prese con lo streaming di un film uscito da poco. Mi viene da chiederti caro lettore, ma ci siamo mai conosciuti realmente? Quando è stata l’ultima volta che non abbiamo utilizzato WhatsApp per venirci incontro? Persino l’organizzare una partita di calcetto (cosa nella quale, ai tempi del web, sono diventato talmente abile da divenire un’aggiunta del mio curriculum) diventa un fenomeno talmente virale e complesso che rimpiango i tempi in cui si scendeva con un Super Santos ultra leggero, si andava nel parcheggio in asfalto e si ritornava a casa senza le gambe. Caro lettore, perché sono così grigio?

Continuo a dirlo a chiunque, ho iniziato a diventare più spento da quando ho scoperto di non riuscire più ad entusiasmarmi come un tempo. Ho iniziato ad accumulare tutto ciò che una volta mi rendeva felice, lasciandomi ahimè sopraffare da quel desiderio di tempi andati che è oggigiorno è sempre più dilagante.

Ho iniziato a comprare Dragon Ball Super, sono andato a vedere l’ultimo film della Marvel, ho pensato anche di comprare la versione rimasterizzata in ultramegaextrasupersayanditerzolivello HD di un videogioco che colmava le mie giornate a undici anni. Inizialmente ho provato per i prodotti suddetti una scarica di energia e ho iniziato a pensare: ”Al diavolo gli amici, genitori, esami, lavoro, stasera si torna finalmente ai vecchi tempi, evviva i modem  a 128 kbps, i trilli di MSN, evviva Bim bum bam!”.

Poi.

Niente.

“Accendiamo il wi-fi magari qualcuno mi ha cercato, uh cavolo hanno messo gli sconti su Amazon!”.

Ho iniziato tutto questo discorso parlando della mia materia di studio e tralasciando quelle che io tento di far passare come provocazioni, sei arrivato fin qui lettore, incazzato come è ovvio che sia, per comprendere cos’è che a mio avviso non funziona più.

Recentemente Google ha rilasciato, ad un prezzo a mio avviso quasi patetico, le cuffie che traducono in tempo reale. Ho letto sul web pareri positivi riguardo questa cosa come il seguente:

“Le cuffie ci sono e funzionano. F***** torre di Babele, noi uomini abbiamo vinto”. Giuro che questa è realmente la reazione di un marinaio del web.

Da linguista, caro lettore, so per certo che delle cuffie che traducono in maniera simultanea non sostituiranno mai il nostro mestiere. E non fraintendere non sto cercando di convincerti che non puoi andare in vacanza a Berlino senza di me, non ti sto dicendo che ho paura che un paio di cuffiette mi sostituirà. Voglio soltanto portare alla tua attenzione come stiamo per diventare, prendendo in prestito le figure create da Philip Dick, dei replicanti. Caro lettore, il segreto della traduzione di Google Translate non è la coscienza, ma un calcolo probabilistico. Ci sono cose che il robot non potrà mai tradurre autonomamente (a meno che non si utilizzeranno effettivamente dei computer quantici e a quel punto addio esseri umani) perché il computer non possiede emotività.

Caro lettore, grazie per essere giunto alla fine dell’articolo, grazie per averlo apprezzato, grazie per esserti incazzato, grazie per avermi dato del deficiente (l’importante è provare sentimenti, ricordi?), ti lascio solo con un invito: Ripartiamo dal cuore.

Alessandro Caputo
(foto: Reuters)