Giorno dopo giorno stiamo perdendo parte della nostra umanità

Giorno dopo giorno stiamo perdendo parte della nostra umanità

A leggere i titoli dei giornali, i pareri di autorevoli esponenti della cultura, della politica e dell’economia; a vedere quanto a postato sui social network, a sentire i commenti della gente comune nei luoghi di lavoro, sui mezzi di trasporto pubblico e nei bar, si resta basiti, senza parole, sgomenti per il grado di regressione della pietas raggiunto in questo paese.

Quando mi riferisco alla pietas, il mio cuore sanguina perche è regredita, a livelli inimmaginabili solo pochi anni fa, sia la pietas intesa nel suo antico senso civico e religioso (fino all’eta imperiale la pietas era un’astratta divinità dei latini che esprimeva l’insieme dei doveri che hanno gli uomini nei confronti degli altri uomini e, soprattutto, nei confronti degli dei e dei propri genitori) sia la pietas intesa nel suo significato moderno di pietà, cioè quell’intensa partecipazione solidale che ogni essere umano dovrebbe provare nei confronti di un altro essere umano che soffre perché si trova a vivere in condizioni di gravi e oggettive difficoltà. Questo antico e moderno sentimento sembra scomparso in una gran parte degli italiani.

Le immagini terribili che ci arrivano dagli schermi televisivi di uomini e donne devastati dalle miserrime condizioni di vita, e che per questo sono costrette a emigrare, neanche sfiorano più il cuore di milioni di nostri connazionali.

Non suscitano più né compassione né commiserazione le immagini dei corpi di uomini, donne e bambini privi di vita distesi a faccia in giù sulle nostre belle spiagge mediterranee.

Quella che una volta era considerata una nobile e altruistica disposizione d’animo non alberga più neanche nei cuori dei ferventi (a chiacchiere) cattolici che popolano questo paese.

Sono certo che in molti dei nostri lettori, per il solo fatto di aver scritto quest’articolo, è già nato o sta per nascere nei miei confronti un sentimento improntato alla negatività se non addirittura al profondo disprezzo. Chiunque, infatti, non abbia un atteggiamento razzista, violento o da neonazista nei confronti degli immigrati è definito con una punta di velenoso sarcasmo “buonista”. Ma ci rendiamo conto del baratro nel quale siamo precipitati?

Com’è possibile che qualcosa legato al termine “buono” si trasformi in un insulto? Se fossero vissuti ai giorni nostri, Giovanni Bellini e Michelangelo Buonarroti avrebbero avuto il coraggio di scolpire le loro Madonne con il Cristo sofferente in grembo o avrebbero avuto paura di essere definiti “buonisti”?

Eppure basterebbe tornare a ragionare non solo con la pancia, ma anche con il cervello e con il cuore per capire che non bisogna lasciarsi sopraffare da questo orribile modo di pensare.

E’ troppo pericoloso. Ma non solo per i poveri migranti, è pericoloso anche per gli italiani. Se si perde il rispetto per una parte dell’humanitas, se milioni di persone sono trattate come se non appartenessero al genere umano, inevitabilmente si perde anche la propria “umanità”.

La nostra condizione di uomini è estremamente fragile. Siamo deboli e pieni di problemi. Per definizione, poi, siamo esseri imperfetti. Siamo tutti così e nessuno può tirasi fuori da questa condizione. Prima o poi, tutti nella vita proveranno la sofferenza e il dolore. Ecco perché abbiamo bisogno dell’umanità altrui.

La solidarietà e la comprensione degli altri nei confronti di chi soffre sono 1’unica speranza per uscire dagli antri bui in cui la vita ci costringe a entrare. Se tutti gli italiani perderanno il senso di umanità nei confronti degli “altri” (chiunque essi siano) state pur certi che arrivera il giorno (per molti è già arrivato) in cui non ci sarà più solidarietà e indulgenza neanche tra gli stessi italiani. Non viviamo più nei tempi bui, dove ogni atto di umanità e di compassione verso il prossimo era relegato all’interno della propria comunità (tribù, villaggio o città).

Oggi, piaccia o non piaccia, viviamo in un mondo globalizzato. Non ci possiamo permettere di perdere una parte importante del nostro bagaglio di essere umani. La perdita definitiva dell’umanità negli uomini genera dei mostri che si chiamano: talebani, jihadisti, kamikaze.

Persone che sono capaci di commettere qualsiasi crimine verso il genere umano semplicemente perché non possiedono, riconoscono, accettano e rispettano gli stessi valori del resto degli abitanti del pianeta Terra. Ma sia ben chiaro, il senso di questo articolo non vuole essere il solito appello ad accogliere tutto e tutti. Mi spiego meglio.

Per prima cosa sono dell’idea che il livello raggiunto dall’immigrazione sia già ampiamente sopra il limite di guardia. Bisogna trovare delle soluzioni e le soluzioni non sono né 1’accoglienza indiscriminata in Italia e in Europa di un miliardo di migranti né la perdita dell’umanità di un intero popolo (o quasi) in risposta al rischio che ciò, in un futuro più o meno prossimo, possa avvenire.

Reagire al rischio di “invasione” spostando l’asse della nazione verso il razzismo, la discriminazione e l’intolleranza non solo fa male ai poveri migranti ma espone in primis gli italiani all’insofferenza reciproca.

Eppure la storia potrebbe insegnarci molto. Laddove si è iniziato a discriminare gli “estranei” alla fine si a arrivati a discriminare anche chi “estraneo” non era. Conviene correre questo rischio?
Io credo proprio di no!

GIUSEPPE CRISTIANO